Dark – Dal passato, dal futuro

Se gli americani sono usi stupire il pubblico con trovate sempre più eccezionali, con personaggi cui è facile affezionarsi e un comparto narrativo non troppo difficile da capire, i tedeschi di Dark hanno sfruttato la piattaforma Netflix per qualcosa, come si suol dire, di completamente diverso.

Creata da Baran bo Odar e Jantje Friese, Dark è una serie tv ambientata nella cittadina di Wynden, comunità chiusa ma tranquilla, che consuma i propri drammi e le proprie insicurezze nei silenzi, piuttosto che nelle grida o nei litigi. Per questo motivo, quando un ragazzo della città sparisce senza lasciare traccia, tutti i dissidi interni ed i timori dei suoi abitanti vengono lentamente alla luce, catalizzati da un’inquietante litania di fondo: è tutto già successo, e tutto ancora deve succedere.
Sì perché la serie per certi versi è una versione oscura di Stranger Things, da cui riprende non solo l’epoca storica, ma anche un comparto paranormale e in un certo senso “alla King”. Attenzione, lo fa però senza mostrarci personaggi teneri, timidamente inesperti, bensì delle autentiche imperfezioni viventi, che cercano di perseguire i propri interessi anche a discapito degli altri, in maniera non manichea ma, semplicemente, umana.

A livello artistico, l’opera è granitica: la recitazione degli attori è impeccabile, tesa alla sottrazione (di tempi, di spazi) e la regia (firmata solo da Baran bo Odar) è capace di creare un senso dell’attesa spasmodico anche quando gli attori compiono azioni di vita quotidiana, quasi come se l’orrore fosse nella ripetizione ciclica dei loro gesti, più che la direzione in cui essi li porteranno. Le musiche di Ben Frost (The deep, Fortitude) e la sigla “Goodbye”, ad opera di Sascha Ring (conosciuto come Apparat) dicono proprio questo: c’è qualcosa di sbagliato nel tempo che viviamo, nel modo in cui lo viviamo, qualcosa che ci tiene inchiodati ad un muro di oscurità pura. Passare attraverso questa oscurità è un’impresa che la cittadina di Wynden dovrà affrontare.

Riuscirci, o esserci riusciti, è tutta un’altra storia.

Alberto de Mascellis