Gomorra – Il terzo capitolo di una “saga”

Se con la prima e, forse, la seconda stagione la serie prodotta da SKY e ideata da Roberto Saviano ha cercato di analizzare un fenomeno, così odioso eppure controverso per la Campania, nella terza lo sguardo appare più incentrato sui personaggi, sulle singole vicende più che sul contesto generale. Questo, è importante specificarlo, non è né un male né un bene, solo un modo diverso di fare le cose: va infatti a scemare quell’attenzione antropologica prima e sociologica poi che voleva indagare il “fenomeno Gomorra”, in favore di una rappresentazione chiaroscurale dei suoi prodotti culturali e, in alcuni casi, persino cultuali. I nuovi personaggi di questa serie, ma anche le vecchie conoscenze, appaiono infatti caratterizzati da una devozione verso il loro ideale (spesso la famiglia) che li fa assurgere a veri e propri paladini (o, più correttamente, anti-paladini) in aperta opposizione contro chiunque dissacri i loro valori. Gli abiti, la parlata, le usanze ci mostrano sempre di più una ricerca dell’identità basata sul personaggio dominante, sull’alfa del clan piuttosto che sugli edifici, sul retroterra che in teoria dovrebbe “forgiare” queste identità.

Dal punto di vista registico, la serie ha un’impronta naturalmente americana, e vive di una tensione degli opposti che vuole alternare scene innaturalmente distanti (quasi a sottolineare quanto, persino tra due camorristi, possa esistere un abisso incolmabile) oppure oltremodo ravvicinate, senza mai risultare didascaliche: i registi fanno in modo di mostrarci le nefandezze dei protagonisti tramite occhi nuovi, diversi, oppure mascherano l’azione agli stessi esecutori, in un gioco di manipolazione che travalica l’opera per arrivare direttamente allo spettatore, una tecnica già consolidata oltreoceano qui efficacemente ripresa.

Sul piano artistico, gli attori rimangono sempre sopra la sufficienza, anche se si evince una certa spossatezza a livello recitativo; trattandosi di un prodotto dove la morte dei protagonisti è il cardine del “gioco” (termine usato non a caso), è normale che si possano avere alti e bassi in un’opera dovuti all’enorme prova che gli attori devono dare di volta in volta non soltanto per presentarsi, ma anche per conquistare la fiducia del pubblico che in fondo ama ciò che già conosce. In questo, l’inoculata strategia di liberarsi di troppi personaggi nella stagione precedente può aver creato un clima di scetticismo, come a dire che è inutile affezionarsi a questo  o quel personaggio in vista della loro inevitabile sorte.

È innegabile, in conclusione, che chi si presterà a guardare la terza stagione di Gomorra si troverà di fronte ad una saga conclamata, come potrebbe essere “Game of thrones”. Se lo spettatore ama il genere, o se ama così tanto i suoi personaggi da volerne seguire le vicende, allora SKY è riuscita appieno nel suo intento. Viceversa, Gomorra ha bisogno di fare un passo indietro.

Alberto de Mascellis