Eddie Vedder, voce e chitarra al Firenze Rocks

«Quindi suona l’ukulele…»
«Già».
«Ma lo porta davvero sul palco?»
«Non sarebbe lui senza».
«Mi sembra poco rock».
«Esiste qualcosa più rock di un ukulele?»

Ho un’amica che non conosceva Eddie Vedder. Che non sapeva nulla della sua band di Seattle, di rock morbido o ballate selvagge ispirate al verde-bianco dell’Alaska. Per un paio di circostanze balorde, si è trovata in tasca un biglietto per la terza serata del Firenze Rocks, quella che dopo i Tools e lo strano caso di Ed Sheeran in un festival consacrato al rock, avrebbe riunito sul prato spettinato della Visarno Arena nostalgici del grunge di fine secolo, proseliti dei Pearl Jam e legionari della filosofia da “vita nei boschi”. Per cui, come mi è capitato, accanto a quarantenni sovrappeso col mento caprino vedevi passare adolescenti in berretto e zaino pieno di fughe dal mondo, facsimili di Emile Hirsch in Into the wild.
Sabato scorso il frontman dei Pearl Jam è tornato sul palco del Firenze Rocks dopo appena due anni, di nuovo da solista, senza il resto della band che era con lui solo nei brani iconici arrangiati in chiave soft. Voce e chitarra, sotto un cielo pieno di luna. Tutto molto intimo.

Prima del tramonto lo anticipano i Nothing But Thieves («Questi sono bravi, si sono fatti una nuova fan», sempre la mia amica) e il rosso Glen Hansard, con quella voce da graffio e un via vai tra chitarra e piano, l’unico in grado di conquistarsi al primo accordo l’attenzione del pubblico, ancora esaltata da birre e panini al lampredotto. Commosso, è lui a introdurre Eddie, che si fa vivo in maniche di camicia alle 21:45, insieme a un’aria benedetta venuta a rinfrescare i 38 gradi fiorentini. Cross The River apre il concerto davanti a un pubblico fidato. Lo segue per due ore con le mani dirette al cielo. Lui, un cinquantaquattrenne tutto emozione, ringrazia l’Italia, confessa la paura di esibirsi di fronte a un pubblico che ha dato tanto al suo gruppo, e fila sugli intramontabili dei Pearl Jam: I Am Mine, Alive, Immortality, Black, Better man, sorprendendo con una Just Breathe dedicata a Zeffirelli, scomparso poco prima.
Frappone qualche cover, come Brain Demage dei Pink Floyd, ma fa centro con la mitica Should I Stay or Should I Go dei The Clash in una veste inedita, con quello strumento che faceva tanto strano alla mia amica. «Oh ma la sta facendo con l’ukulele!» Sì, ma elettrico. E poi Guaranteed, Sleeping by Myself, Far Behind.
Non ci sono colpi di scena, niente pirotecnia. Eddie basta da solo. Poco altro a tenere con lui il palco. Venticinque canzoni, notti in tenda proiettate su led, un organo rustico, due scarponi, un quartetto d’archi, bottiglie di vino che condivide gentilmente con i fan della prima fila. E dopo, sul finire, ancora la faccia ardente di Glen Hansard, con cui Eddie si accompagna su Song of Good Hope, Society e Hard Sun, in quella scivolata di note che è forse la parte più coinvolgente dello show. Chiude alla solita maniera, con un pezzo di Neil Young che sembra suo da sempre: Rocking in the Free World.
Appena prima di mezzanotte, Vedder sparisce dietro le quinte. Nessuno è pronto a salutarlo, e si resta sul prato, sotto un cielo zitto, a sperare un ultimo pezzo senza chiederlo. Se n’è andato sul serio, sventolando un panama bianco. Non ci hai deluso per niente stasera, va bene anche così.

Livia Iannotta