Recensione Edipo a Colono

Maledetto Edipo, che in una notte d’inizio estate ci hai ricordato quanto orribilmente ambigua sia l’incognita che chiamiamo destino. E noi, su cuscini di tessuto rosso, in un teatro vecchio duemila anni sorvegliato dallo sbuffo muto del Vesuvio, ci siamo lasciati impietosire, torturare. Catarsi bellissima, tra i gradoni a ferro di cavallo su cui sono scivolati, molto prima di questa sera, storia e fuoco.

Al suo secondo weekend, la rassegna Pompei Theatrum Mundi porta in scena nel teatro grande della città antica un classico dei classici, l’Edipo a Colono. 406 anni avanti alla venuta di Cristo, poco prima di morire, Sofocle compose la tragedia volta a riabilitare la figura del condannato dal fato. Quella svelata tra orchestra e skenè è la riscrittura in versi di Ruggero Cappuccio, che dà alla storia arcinota una non precisata ambientazione fuori dal tempo e dallo spazio. Come se il dramma dello sciagurato Edipo potesse collocarsi ovunque, perfino nell’asettico volume di una mente. Ne viene fuori un perimetro onirico, spettrale per certi versi, e ancor più straziante, dentro cui si spiega l’ultimo atto di un dramma “pieno”, che insieme all’Edipo re, narrativamente, condensa in sé il paradigma stesso del dolore.

Edipo ha il corpo vibrante di Claudio Di Palma. L’uomo che uccise il padre e divise il letto con la madre arriva a Colono, sobborgo ateniese, vecchio, cieco, barcollante, con una veste consunta e il passo stanco sostenuto dalla figlia Antigone, che qui ha i ricci ambrati di Marina Sorrenti. Lei scalza subito le scarpe, segno che lì il loro vagabondaggio ha fine. È l’ombra del padre. Conforta, media, sollecita, parla con la bocca del cuore.

Li accoglie il coro, una gang splendidamente napoletana, in borsalino e anfibi, un po’ gipsy, un po’ saltimbanchi. Ogni numero di questi musici è uno spettacolo nello spettacolo. Canto, danza, piano e tamburelli esibiscono un repertorio variegato che fa fede alla versatilità di movimenti propria di ogni coro greco.

Sulla scena l’ossatura in legno di una torre si accascia su un lato: i personaggi vi si agganciano, dondolano, pendono nel vuoto. Da lì uno di loro tirerà giù, in chiusura, l’immagine di Eimuntas Nekrosius, primo regista scomparso inaspettatamente, a cui è subentrato Rimas Tuminas, anche lui lituano. La serata verrà dedicata alla sua memoria.

Le due ore di recitazione vedono Edipo interfacciarsi con i figli di cui è insieme padre e fratello: Antigone e Ismene (Rossella Pugliese), Eteocle e Polinice, logorati da un bisticcio fratricida in corso a Tebe. Uno dei due, Polinice (Giulio Cancelli), compare a Colono per ingraziarsi il padre: un oracolo ha vaticinato che la fortuna starà dalla parte di chi riuscirà a riconciliarsi con lui. Ma nessuno, nemmeno Creonte, il re di Tebe, interpretato da un vigoroso Fulvio Cauteruccio, riuscirà a riportare Edipo in patria. Lui sa, perché gli è stato predetto, che la vita si ferma a Colono.

Incantano la bellezza dei dialoghi e quella poliglossia che insieme al resto rende la pièce universale. Le bocche degli attori parlano lingue diverse senza che si faccia fatica a passare dall’una all’altra. Al siciliano brullo di Edipo e della sua stirpe risponde il napoletano scanzonato degli uomini di Colono. Non stona neppure l’inglese, protagonista di una veloce parentesi del coro. Questa eterogeneità dialettale, questo frammentato bosco lessicale è la cifra stilistica di Cappuccio e una grande nota di modernità dello spettacolo.

Alla fine di tutto, sulle rovine buie di Pompei, con le luci tremolanti di città nuove sul fondo, ci scopriamo empatici, riappacificati con Edipo. Ne abbiamo pietà, una volta per tutte. Avvertiamo l’angoscia di una pena, terribile, pagata senza colpa. E sentiamo l’animo alleggerirsi quando, con la morte in un letto pieno di scarponi, Edipo è salvo. Edipo è libero, non deve più camminare sui piedi gonfi, come l’etimo del nome condanna.

 

Livia Iannotta